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"MAROCCO RECONDITE GEOMETRIE" [12/12/2009]
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MAROCCO
RECONDITE GEOMETRIE

Le foto di viaggio  quasi sempre risultano insopportabili. Alzi la mano chi non s’è mai sorbito, in casa d’amici, dopo la cena e qualche cenno sulla vacanza, l’imboscata micidiale delle diapositive. Ti si blocca la digestione. Eccole lì, in ineluttabile ordine cronologico, che ti mitragliano i luoghi, gli spostamenti, i compagni di viaggio, gli “indigeni” che dovrebbero testimoniare l’eccezionalità dell’evento. Tutto in nome d’una presunzione. Che basti incontrare un luogo esotico o uno splendido fenomeno naturale per sfornare una bella foto. Col digitale, poi, vai sul sicuro!
Il Marocco è una terra fastosa e possiede entrambe le caratteristiche. E’ così intenso per paesaggi e colori, così intrecciato di tradizioni e di modernità che il rischio che si corre è doppio. Quello del becero folclorismo e quello più grave dell’indiscrezione. Si sa che nei paesi di cultura islamica l’intimità è sempre riservata e segreta. Non mi riferisco solo alla relazione tra i sessi e al decoro dell’abbigliamento femminile. Basta guardare le abitazioni. Dal di fuori sono inaccessibili. Perché schermate da alte mura, giardini impenetrabili, portoni massicci e masharabiyye che difendono gelosamente il cuore della casa. Il privato è haram, proibito allo sguardo degli altri. E una foto può essere sentita come un furto o un insulto.
Dalla parte di Gabriella Marinucci c’è innanzitutto la sua naïveté. Che non va identificata con l’ingenuità. E’ il suo primo approccio al Marocco e lo si vede dalla freschezza dello sguardo, sgombro e trasparente, incredibilmente recettivo. Mi ricorda quello che Isherwood diceva della sua scrittura: I am a camera. Gabriella Marinucci fa lo stesso, registra e inquadra. Uso questi termini da cinema perché le foto di Marinucci  non sono squarci di Marocco scontornati come cartoline. Non sono tessere separate di un affascinante mosaico, rubate da uno sguardo ladro e frammentario. No. Questi scatti contengono – o almeno tentano – una sintesi. Estetica e di contenuto. Compongono l’impalcatura d’un racconto. Lo ha colto al volo Giampaolo Tomassetti che, suggestionato da alcune foto, ha dipinto quattro “visioni” che fissano il passaggio – e l’interferenza - dell’elemento umano e animale sullo sfondo sempre astratto e impassibile delle architetture. Ma sfogliamo insieme l’album.
Dal suo trono di bambù sulla terrazza, un uomo maturo e corpulento fissa la distesa del mare. Ha la postura soddisfatta del “padrone”. Ma chissà se in quell’abitudine non ci sia un viaggio “mancato” che continua ad angustiarlo.
Sembra la toppa d’uno scrigno l’arco merlato che spia la casa di fronte. Nel rettangolo d’una finestra s’intravede un interno misterioso. Gelosia tra architetture, scontro di geometrie.
Una misera bancarella. La donna si regge la testa con la mano e tutto – il viso, il turbante, il muro, le patate – hanno il colore ocra della stanchezza.
Un gatto s’abbevera acrobatico sul bordo d’una vasca di marmo. Antistante, un paio di ciabatte maschili. Qualcuno è entrato nella medersa, la scuola coranica, a dissetarsi l’anima.
Architetture vegetali nel giardino Majorelle a Marrakech. Sembrano ali di un bestiario fantastico che sta per spiccare il volo.
In un’infilata di pilastri smangiati dalla luce – i portici della moschea di Hassan II a Casablanca – due giovanotti si riposano sotto un filo d’ombra. Uno sembra fissare il vuoto, l’altro si massaggia il piede. E’ l’ora implacabile della canicola.
Con uno strano  cappello a triangolo, un vecchio si mette in posa accanto al carretto di maglie di lana. Spera nella mancia per la foto e sembra anche lui in vendita, come la mercanzia.
Volano in cima a una bianca terrazza tovaglie e lenzuola. Una finestra è serrata, l’altra ha un’imposta socchiusa. Siamo in piena navigazione domestica.
Cosa salta subito agli occhi di queste foto? L’immediatezza e il taglio compositivo che le sposa perfettamente alle architetture ritratte. Sta qui il nocciolo dell’incontro tra Gabriella Marinucci e il Marocco. I suoi scatti sono stati istintivamente guidati – direi, affatturati – da quella “architettura dei vuoti” – così è definita quella araba – che rifugge il realismo e il tridimensionale e s’esprime solo nell’astrazione geometrica e in splendide calligrafie sul nome di Dio. E’ un salto stilistico affascinante, di cuore e ragione. Per essere al primo incontro, i miei complimenti, madame!

                                                                                                                       Ivan Teobaldelli

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